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    <dc:date>2013-05-22T13:16:43Z</dc:date>
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    <title>Controlli doganali e sicurezza portuale</title>
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    <description>Title: Controlli doganali e sicurezza portuale
Authors: Palladino, Nicola
Abstract: Il tema della tesi di dottorato si propone di rispondere ad alcuni quesiti che riguardano aspetti cruciali del traffico internazionale delle merci, rispetto alle innovazioni normative degli ultimi anni.&#xD;
In particolare ci si vuole riferire al ruolo del controllo di sicurezza doganale, che deve muoversi parallelamente all’applicazione delle procedure dirette a velocizzare i traffici (quelli leciti, naturalmente).&#xD;
Infatti, secondo il nuovo Codice Doganale Comunitario, il ruolo delle Autorità Doganali comunitarie è radicalmente cambiato, passando da quello di “anello di una catena” (ruolo ostico ed osteggiato, anziché visto come ruolo di garanzia) a quello di supervisore settoriale della liceità e sicurezza dei trasporti.&#xD;
La questione si rivolge ai porti marittimi, giacchè la stragrande maggioranza dei traffici commerciali mondiali si svolge via mare ed è su tale settore, quindi, che le attenzioni degli Operatori si sono rivolte per garantire ed assicurare il massimo rendimento (o un giusto equilibrio) tra le agevolazioni accordate e concesse dalle norme vigenti ed i livelli di “security”.&#xD;
In tale prospettiva, infatti, Organizzazione ed Istituzioni, nazionali ed internazionali, hanno sentito la necessità di affrontare questioni molto scottanti e specifiche, che riguardano la sicurezza degli stati e delle proprie infrastrutture, nonché la sicurezza dei cittadini, intesa in senso lato, quale “security” e “safety”.&#xD;
Il lavoro svolto si articola in tre parti:&#xD;
- Nella prima parte (capitolo 2) viene inquadrato il problema della security nei trasporti marittimi e nei porti: la domanda posta riguarda il perché si siano considerati a rischio sicurezza i porti ed il traffico commerciale via mare. Vengono evidenziati gli elementi di base che coinvolgono la sicurezza nei porti, con una panoramica di dati e grafici legati alle tipologie, quantità e crescita dei traffici commerciali marittimi, individuando, poi, i vari aspetti del significato di “security” nel traffico commerciale via mare e nella sicurezza degli impianti portuali;&#xD;
- Nella seconda parte (capitoli 3 e 4) vengono evidenziati gli ambiti di intervento dei controlli di sicurezza, relativamente ai settori maggiormente a rischio: si passa dall’immigrazione clandestina, al traffico di armi e di distruzione di massa, al traffico di stupefacenti, al traffico di rifiuti, al riciclaggio di denaro legato alle attività di gruppi criminali e terroristici. Prosegue questa parte con l’analisi dell’attività dell’Autorità Doganale, con i raccordi a livello dell’Unione Europea, evidenziando gli strumenti normativi ed organizzativi a disposizione: dalle norme del Nuovo Codice Doganale&#xD;
Comunitario, ai compiti propri della Dogana in materia di controlli di sicurezza, al raccordo comunitario del management in tale materia, alle varie raccomandazioni pervenute tramite l’Organizzazione Mondiale delle Dogane. E’ proprio l’organizzazione del management e la struttura dei controlli doganali che si evidenziano con maggior forza, poiché la struttura comunitaria di management (Common Risk Management System), l’attività di analisi dei rischi e previsionale, l’acquisizione anticipata dei dati relativi ai traffici commerciali marittimi (Entry Summary Declarations, ENS, e le Export Summary Declarations, EXS), consentono di interagire a più livelli tra i vari Enti, pubblici e privati, per migliorare ed alzare un maggior livello di contrasto ai fini della sicurezza, con una “compliance” come nel caso degli A.E.O. (Operatore Economico Autorizzato);&#xD;
- La terza parte (capitolo 5) è dedicata ad un’analisi della valutazione dei costi legati alla sicurezza dei controlli doganali; si sviluppano alcune teorie riguardo alla molteplicità degli interventi in tale ambito, che fanno emergere una oggettiva difficoltà di valutazione di tali studi, data la rilevante presenza di variabili riguardo alla prevenzione, al contrasto ed alla repressione di attività e commerci a rischio sicurezza, per analizzare più nel dettaglio una serie di studi effettuati negli Stati Uniti d’America relativamente ad ipotesi di attacchi terroristici nei porti di Los Angeles e Long Beach, ove l’attenzione è stata posta sull’impatto economico derivante da danni alle infrastrutture portuali ed alle ricadute nel medio-termine sull’economia locale, più che su quella di scala nazionale. Gli unici riferimenti reali, comunque, si riferivano a dati conosciuti, riguardanti l’impatto di uno sciopero degli operatori portuali nel 1962 ed i costi sostenuti a seguito dei danni prodotti dall’uragano Katrina nel porto di New Orleans.&#xD;
Il capitolo 6 è indirizzato alle conclusioni del lavoro. In particolare, riferendosi innanzitutto all’introduzione (capitolo 1), il problema era stato inquadrato nell’ambito dei controlli di sicurezza previsti a livello comunitario sul traffico marittimo delle merci e sugli oneri posti in carico alle varie Autorità Doganali a seguito degli attacchi terroristici, iniziati con l’attacco alle Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001. Il costante aumento dei traffici commerciali via mare ed il potenziale rischio di attacchi al territorio ed ai cittadini dell’Unione Europea perpetrabili attraverso il commercio internazionale hanno posto le basi per una stringete attività in materia di controlli doganalui di sicurezza. Il compito che si è proposta l’Unione Europea e le Autorità Doganali dei paesi Membri è quello di trovare un&#xD;
giusto equilibrio tra la velocizzazione delle procedure doganali ai fini di una maggiore fluidità dei trasporti e l’efficacia di controlli, intesi ad assicurare una ragionevole sicurezza sia ai cittadini dell’Unione, che ai commerci, per finire alla sicurezza legata alla salute ed all’ambiente, il tutto con una sostenibilità dei costi che non fosse sproporzionata rispetto alle attese.&#xD;
Lo scopo indiretto era anche quello di provare a delineare un quadro degli aspetti di controlli di security nell’ambito delle attribuzioni del Punto Franco di Trieste.&#xD;
E si è individuata, così, la possibilità che lo status di Punto Franco, unito alle norme già esistenti in tema di depositi fiscali e doganali, insieme alla previsione normativa comunitaria ancora da attuare, connessa al luogo di presentazione delle dichiarazioni doganali (ufficio doganale più vicino al luogo di residenza dell’operatore), unitamente alle procedure doganali in materia di controlli di sicurezza ed alla logistica ed all’informatizzazione delle movimentazioni delle merci nel Punto Franco stesso, possa divenire un sistema, uno strumento cui poter attingere per migliorare e sviluppare i traffici marittimi, in considerazione del fatto che il porto, con tutti i magazzini già esistenti, potrebbe essere visto come un enorme distripark, smistamento di merci (quasi) in linea, sia in entrata che in uscita dal territorio dell’Unione, dal moment o che la stessa normativa comunitaria permette l’uso dei depositi nel Punto Franco per lo stoccaggio di merci allo stato estero, da un lato, e merci nazionali e comunitarie, dall’altro.
Description: 2011/2012
Type: Tesi di dottorato; Doctoral Thesis</description>
    <dc:date>2013-04-18T00:00:00Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://www.openstarts.units.it:80/dspace/handle/10077/8600">
    <title>Pirateria: una minaccia alla sicurezza del trasporto marittimo internazionale. Tra percezione e realtà</title>
    <link>http://www.openstarts.units.it:80/dspace/handle/10077/8600</link>
    <description>Title: Pirateria: una minaccia alla sicurezza del trasporto marittimo internazionale. Tra percezione e realtà
Authors: Monno, Antonio Guido
Abstract: L’obiettivo della tesi è di verificare quali siano le reali conseguenze economiche e sociali del fenomeno della pirateria marittima.&#xD;
 Come è noto, da alcuni anni, l’attenzione di organizzazioni internazionali e nazionali si è appuntata sulla pirateria marittima, vista come una minaccia in grado di causare enormi danni economici e di sistema trasporto marittimo mondiale.&#xD;
Non si potrebbe altrimenti comprender il motivo per cui da alcuni anni, enormi spese sono state affrontate per contrastare tale minaccia.&#xD;
 Ma sono tali spese giustificate? Sono la pirateria e il terrorismo marittimo, due minacce reali capaci di influire in modo determinante sul sistema commerciale mondiale? È quanto questa tesi ha cercato di appurare.&#xD;
È stato quindi esaminato il fenomeno nel suo sviluppo temporale; infatti il primo capitolo è stato dedicato alla storia ed evoluzione della pirateria. Al di là del semplice resoconto storico degli avvenimenti, si sono cercate di approfondire la ragioni e cause che ne hanno originato la nascita e lo sviluppo nei differenti contesti mondiali. Nata parallelamente al commercio marittimo, non si è tuttavia legata solo ed esclusivamente a questo come attività predatoria criminale, risultando anche un metodo che oggi chiameremmo di guerra asimmetrica sul mare.&#xD;
E‘ in Grecia,nel periodo successivo a quello di Omero che nasce la parola “peirates” per definire coloro che praticavanono questo tipo di attività predatoria, termine che ha costituito la base etimologica nelle varie lingue occidentali per indicare chi si dedica a tale attività, anche se all’epoca la sua accezione non era certamente spregiativa e denigratoria come l’attuale.&#xD;
Con l’epoca della Repubblica e dell’Impero di Roma, si cominciano a delineare quegli elementi che tendono a porre il pirata al di fuori di un contesto legale di guerra e a non porlo quindi sotto i vincoli che comunque la delimitano. Già da quest’epoca si comincia a rilevare come i fattori sociali, quali la povertà e l’indigenza, uniti alla capacità di andare per mare e di sfruttare la morfologia del terreno e le situazioni climatiche favorissero l’insorgere del fenomeno; così come si ebbe la possibilità di rilevare che, oltre una soglia di tolleranza, essa poteva cominciare  a creare problemi economici  e sociali; il saccheggio di numerose navi che trasportavano il grano per Roma, poteva causare una penuria di cibo con conseguenti moti e rivolte. &#xD;
La pirateria, che è fondamentalmente un’attività predatoria, costituisce uno strumento di guerra, anche economica, oltre che criminale, e in questo contesto è stato spesso usato dalla caduta dell’impero romano in avanti. La formazione dei regni pirateschi berberi nel Mediterraneo e la loro ricchezza, sono legati proprio all'attività piratesca, che veniva peraltro sfruttata come metodo di lotta fra le potenze cristiane e musulmane nel Mediterraneo; analogo strumento sarà usato, in particolare dalla Gran Bretagna nei confronti della Spagna, inaugurando quella che vien chiamata l’epoca d’oro della pirateria  e che vede la nascita ufficiale della pirateria legalizzata, il “privateering”, ossia quella svolta con l'autorizzazione e sotto l’egida  della corona regnante che ne traeva dei vantaggi economici notevoli. Nè il fenomeno era presente nel solo mondo occidentale, in quanto anche nel mondo conosciuto orientale era presente, e in maniera notevole; al pari di quello occidentale numerosi sono stati i regni nati proprio da tale attività e che con tale attività hanno prosperato. Sempre a metà fra legalità e criminalità, man mano che si consolidavano i concetti della libera navigazione delle acque e del libero commercio,la pirateria cominciava a essere vista come un rischio e non più una opportunità, con uno sviluppo anche degli studi giuridici che ne delineavano l’aspetto criminale e la ponevano al di fuori di qualsiasi contesto di protezione legale affidando quindi a qualsiasi nazione il compito di combatterla. È da rilevare che nella sua forma legalizzata di privateering, la pirateria è sopravvissuta sino al 1856, allorquando fu abolita per trattato dalle potenze occidentali dell’epoca, e se vogliamo sino ai giorni nostri nella sua forma di guerra irregolare con le navi corsare tedesche durante la seconda guerra mondiale.&#xD;
 Si è poi passati, nel successivo capitolo ad analizzare la pirateria nelle tre aree del mondo in cui si sviluppa il 75% di tale attività; l’Africa dell’Est e dell’ Ovest e il Sud Est asiatico, con una particolare attenzione sui dati che costituiscono la base della nostra conoscenza del fenomeno della pirateria, dati che risultano molto incompleti e frammentari, considerata la volontarietà nel fornirli e i riflessi economici associati al fornire tali numeri.&#xD;
Piraterie dagli aspetti diversi che, in particolare lungo le coste Est dell’Africa, sollevano numerosi interrogativi se, storicamente, l’area della Somalia, da cui proviene quella che viene percepita come la maggiore minaccia al commercio marittimo, e di conseguenza all’economia mondiale, è stata indenne da tale attività.&#xD;
 E infatti la pirateria somala, di gran lunga quella che si attaglia maggiormente al concetto giuridico di pirateria moderna così come delineato a seguito di un accordo internazionale del 1982 in quanto svolgentesi al di fuori delle acque territoriali e quindi nelle acque internazionali, è finalizzata, in maniera esclusiva, al pagamento di un riscatto monetario., al contrario di quella lungo le opposte sponde africane, quelle della costa Ovest, dove essa assume un carattere molto più predatorio e concentrato sulla nuova ricchezza di tale parte dell’Africa, in particolare della Nigeria: il petrolio.&#xD;
 Nell’Asia del sud est, la pirateria, che potremmo definire endemica, e che ha un ruolo sociale molto diverso da quello occidentale, ha essenzialmente un ruolo predatorio in cui occasionalità e organizzazione si mischiano, e in cui anche il terrorismo, legato a fattori storici e di identificazione nazionale oltre che religiosi, trova una sua collocazione attraverso sovrapposizioni che spesso non consentono di individuare anche legalmente, oltre che ideologicamente, dove cominci l’attività di terrorismo e dove quella di pirateria.&#xD;
 In Asia il contesto geografico, caratterizzato da isole, arcipelaghi , strettoie e punti di obbligato passaggio marittimo, hanno influito e modellato l’attività della pirateria, in quanto proprio attraverso tali acque transita una notevolissima e importante porzione del commercio mondiale, anche di materie energetiche.&#xD;
 Nel terzo capitolo sono stati delineati gli aspetti giuridici che hanno consentito nel tempo, di arrivare alla definizione come oggi conosciuta di pirateria e di terrorismo marittimo, due concetti diversi giuridicamente e che hanno dovuto trovare diverse e successive vie giuridiche considerata la sensibilità dell’argomento che si ripercuote di fatto sule sovranità nazionali. Si è trattato altresì delle Armed robberies, ossia di quegli atti di pirateria che si svolgono all’interno delle acque territoriali e che quindi, pur ricalcando nella sostanza l’attività di pirateria che si svolge nelle acque internazionali, giuridicamente se ne distingue, e non poco, essendo affidata alla esclusiva competenza nazionale.&#xD;
 Il quarto capitolo si è concentrato sugli attori della pirateria che rimangono, dopo aver esaminato i pirati, ossia gli imprenditori e i marinai e di come l’‘attività di pirateria influisca su di loro. È in questo capitolo che si evidenzia come la percezione della minaccia sia elevata e sicuramente non proporzionata alla minaccia stessa, causa la sempre maggiore interdipendenza fra i vari sistemi economici, la nuova catena di distribuzione logistica mondiale che tende ad abolire le ridondanze e ridurre i costi e di come la percezione abbia influito sulla realtà laddove si sono addebitate alla pirateria situazioni economiche che avevano altre spiegazioni, come lo spostamento di una parte del traffico commerciale marittimo su nuove rotte che vanno a coprire nuovi fabbisogni e necessità mondiali.&#xD;
 Nell’ultimo capitolo è stata esaminata l’attività di contrasto posta in essere , sia a livello militare che politico, laddove si è evidenziato come spesso tale attività ingente e economicamente onerosa, soggiaccia spesso a interessi nazionali più che collettivi e di come l’attività raramente venga affrontata su un piano interconnesso e olistico.&#xD;
Nelle conclusioni si è dedicata qualche parola al nuovo fenomeno criminale mondiale, spesso sottostimato in quanto non conosciuto e relegato nella cosiddetta area degli esperti; quello informatico.&#xD;
 L’obiettivo, come detto, è stato di fornire un quadro della pirateria a livello mondiale, suddiviso per aree, cercando di evidenziare le cause che hanno portato al sorgere della stessa ma sopratutto allo sviluppo. &#xD;
 Lo sviluppo o decrescita improvvisa di una località può strettamente dipendere da questo fenomeno, come dimostra la situazione africana, dove lo sviluppo di numerosi porti, è derivato dalle attività di pirateria interessanti porti viciniori  o investimenti enormi sono messi a rischio dalla possibilità che tali attività continuino, come potrebbe accadere per il nuovo porto di Lamu in Kenia, ove si riversano gli interessi  di numerose nazioni di quella parte dell’Africa.
Description: 2011/2012
Type: Tesi di dottorato; Doctoral Thesis</description>
    <dc:date>2013-04-18T00:00:00Z</dc:date>
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    <title>Giovani e nuovi media: dinamiche relazionali e pratiche di consumo digitali</title>
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    <description>Title: Giovani e nuovi media: dinamiche relazionali e pratiche di consumo digitali
Authors: Qualizza, Gabriele
Abstract: Il rapporto tra giovani consumatori e nuovi media è un tema di stringente attualità. La generazione emergente dei Millennials (Howe e Strauss, 2000; Id., 2007) – termine utilizzato per denominare quanti sono entrati, o stanno per entrare, nel mondo degli adulti in data successiva all’inizio del nuovo millennio – è cresciuta infatti in un ambiente segnato dalla presenza pervasiva delle nuove tecnologie digitali, sempre più integrate nelle diverse forme di comunicazione mediata. &#xD;
Spesso marginalizzati come semplici “eco” dei Boomers, i giovani di questa generazione –  identificati anche come Nativi digitali (Prensky, 2001a; Id, 2001b), Net Generation (Tapscott, 1998; Id., 2009; Junco e Mastrodicasa, 2007), Generazione Y (Kotler e Armstrong, 2006), Generation Me o iGeneration (Twenge, 2006), Thumb Generation (Tréguer e Segati, 2003) – si muovono in un contesto in continuo cambiamento, segnato per un verso dalla convergenza tra piattaforme tecnologiche diverse, che creano un ambiente comunicativo integrato, senza soluzioni di continuità tra online e offline (Mascheroni, 2010), per un altro verso dalla diffusione di culture partecipative, caratterizzate dal crescente protagonismo degli utenti (Jenkins, 2006; Boaretto, Noci e Pini, 2007; Ritzer e Jurgenson, 2010; Anderson, 2012), un trend che trova riscontro online nello sviluppo del web 2.0 (O’Reilly, 2005).&#xD;
Il richiamo al termine “generazione” non è casuale: senza prescindere dal dato anagrafico e biologico (l’età e la fase del corso della vita), tale concetto pone l’accento su variabili socio-culturali, ossia sulle vicende storiche di cui si è testimoni e sui consumi culturali di cui si fruisce negli anni della giovinezza, nella convinzione che l’elaborazione di tali esperienze risulti decisiva nel creare un “nesso”, una mutua identificazione, tra persone che, una volta entrate a pieno titolo nella vita adulta, continuano a coltivare valori, ideali, aspettative comuni (Mannheim, 1928; Sciolla, 2002; Gnasso e Parenti, 2003; Fabris, 2008). La generazione non è quindi un anonimo aggregato di individui appartenenti alla medesima fascia di età, ma un costrutto socio-antropologico, contrassegnato da specifici “indicatori” o “marcatori” (vissuti comuni, fatti memorabili, riti e miti): nel caso dei “Millennials” tali elementi sembrano identificabili nel definitivo avvento di Internet e nel trionfo della cultura digitale (Fabris, 2008).&#xD;
A partire da una rilettura in chiave socio-antropologica della nozione di “consumo”, inteso come linguaggio, repertorio simbolico, sistema per organizzare valori e relazioni sociali (Douglas e Isherwood, 1979; Bourdieu, 1979; McCracken, 1988), incessante lavoro di “fabbricazione” di significati personali (de Certeau, 1980), il presente lavoro si è proposto dunque di chiarire in che modo le giovani generazioni, utilizzando i nuovi media, si muovono nell’ambiente, organizzano i tempi e gli spazi, attraversano i confini tra online e offline, danno forma al loro universo simbolico e relazionale.&#xD;
In questo percorso la prospettiva teorica della “domestication” ha rappresentato un punto di riferimento costante, sia nella fase di definizione del disegno di ricerca, sia nella fase di analisi e interpretazione dei dati raccolti: si tratta di un quadro concettuale, elaborato da Silverstone, Hirsch e Morley (1992), che orienta l’attenzione sui vissuti sociali e simbolici che caratterizzano il processo di integrazione e consumo delle tecnologie comunicative nel contesto della vita quotidiana.&#xD;
In particolare, per la parte empirica del presente lavoro ci si è avvalsi di un questionario semi-strutturato, somministrato a un campione di 514 soggetti di età compresa tra 15 e 24 anni, residenti nella città di Trieste e nel territorio della Regione Friuli Venezia Giulia. L’ampia base di dati raccolti tramite questionario è stata successivamente integrata da interviste in profondità, che hanno coinvolto sia soggetti appartenenti alla fascia d’età interessata alla rilevazione, con l’obiettivo di approfondire lo studio dei vissuti esperienziali connessi alle attività di comunicazione mediata dalle tecnologie, sia educatori, formatori, esperti di comunicazione, per il commento dei risultati della ricerca.&#xD;
Nello specifico, le aree di indagine sottoposte a rilevazione sono riconducibili a cinque nuclei tematici fondamentali: dotazioni tecnologiche, percorso di adozione dei nuovi media e delle principali device digitali, tempi e spazi della vita quotidiana dedicati alla fruizione di contenuti mediali; pratiche di consumo digitali, con particolare attenzione per i valori e i significati attribuiti alle nuove tecnologie comunicative, come cellulare/smartphone, web e social network; reti di relazione (tanto online, quanto offline) in cui si insediano le pratiche comunicative riferite ai nuovi media; territori socio-culturali che svolgono un ruolo significativo nella costruzione di una specifica identità generazionale; declinazione delle logiche di rete, partecipative e interattive, in riferimento a molteplici contesti della vita quotidiana (media, relazioni interpersonali, consumi culturali, marche, ambienti formativi).&#xD;
L’indagine ha messo in luce i numerosi elementi problematici connessi ad un’applicazione acritica dell’etichetta di “nativi digitali” ai giovani delle ultime generazioni. I dati raccolti confermano l’ampia diffusione delle nuove tecnologie comunicative, ma mettono anche in evidenza il ruolo centrale svolto da altri elementi - variamente riconducibili al tema della “connettività ubiqua” - nella costruzione del senso di appartenenza generazionale.&#xD;
L’elaborazione dei dati ha inoltre consentito di portare l’attenzione su gruppi omogenei di fruitori, riconducibili a differenti profili di consumo, che sono risultati corrispondenti ad altrettante strategie comunicative, in ciascuna delle quali si esprime un coerente progetto di senso: in ogni caso, gli intervistati non deducono, in maniera deterministica, le regole che governano i comportamenti e le relazioni in rete dalle caratteristiche e dalle funzionalità delle diverse piattaforme tecnologiche, ma esprimono piuttosto forme di “adattamento creativo” all’ambiente, per cui è sempre più la finalità relazionale a dare forma allo spazio digitale. Di conseguenza, l’ingresso nella rete non viene vissuto come attraversamento di una soglia, fuga dalla realtà, sostituzione della propria identità quotidiana con un’identità fittizia e virtuale, ma come espansione delle proprie possibilità di presenza.&#xD;
Nel complesso, dall’indagine è emersa la trasformazione di carattere “social”, che ha investito il web in questi anni: da archivio digitale a catalizzatore di relazioni, da deposito di informazioni ad ambiente comunicativo integrato. In questo senso, la rete permette di valicare i confini tra interiorità personale e condivisione conviviale, generando forme inedite di tattilità sociale, cementate da emozioni, passioni e sentimenti condivisi.
Description: 2011/2012
Type: Tesi di dottorato; Doctoral Thesis</description>
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    <title>La mappa logistica nello studio delle bolle speculative</title>
    <link>http://www.openstarts.units.it:80/dspace/handle/10077/8558</link>
    <description>Title: La mappa logistica nello studio delle bolle speculative
Authors: Cappelletto, Roberta
Abstract: Oggi il mercato finanziario sta diventando parte integrante del nostro mondo: si parla sempre di più di borsa e di azioni e sempre più persone hanno a che fare con questa realtà.&#xD;
Questa evoluzione ha sicuramente dei lati positivi dovuti al supporto che l’espansione del mercato finanziario dà all’economia reale, c’è anche però un rovescio della medaglia che consiste nelle situazioni “pericolose” dovute ai comportamenti irrazionali dei possessori di titoli conseguenti a dure crisi che colpiscono il sistema.&#xD;
Questi comportamenti non del tutto razionali sono dovuti all’inesperienza di una parte di quelle persone che operano sul mercato, che possono essere trascinati dall’entusiasmo o dal terrore che gira attorno a questo mondo. Azioni che alle volte possono essere alimentate dalle informazioni distribuite dai media.&#xD;
Questa condotta congiunta a motivi di natura reale può portare a situazioni molto dannose, che diventano però redditizie per chi riesce a carpirle, che si possono verificare nel mercato finanziario: le bolle speculative.&#xD;
Con bolla speculativa si intende il sentiero esplosivo che si forma nel prezzo di un bene e che lo porta, progressivamente sempre più distante dai valori compatibili con le fondamentali economiche dello stesso, dove con fondamentali economiche ci si riferisce a quelle particolari ragioni economiche che sottostanno al movimento di un prezzo. Quando le quotazioni di Borsa capitalizzano aspettative impossibili da misurare di possono formare bolle speculative, destinate a scoppiare , dato che non tutte le iniziative prese dagli investitori avranno successo.&#xD;
Il fenomeno delle bolle speculative solitamente viene visto come un’anomalia di mercato legata più alla componente psicologica che a quella razionale. Di solito un nuovo oggetto di investimento suscita molto interesse, o si verifica un rinnovato interesse per qualcosa di già esistente e consolidato, che già in partenza raccoglie in sé la componente speculativa. Viene quindi messo in risalto il grado di elevata diffusione del bene oggetto di speculazione. La gran parte delle volte sono, infatti, coinvolti beni di utilizzo comune e caratterizzati da un elevato grado si pervasività.&#xD;
Quello che porta le bolle speculative a svilupparsi sono quindi l’interesse per un nuovo oggetto di investimento collegato ad una componente speculativa, l’entrata nel mercato è spinta dalle aspettative di guadagno, senza preoccuparsi delle ragioni che hanno portato i primi rialzi, il tutto porta ad un effetto positivo secondario dovuto all’affacciarsi di investitori inesperti sul mercato. Di conseguenza ci saranno nuove società che vogliono sfruttare le occasioni offerte da questa euforia del mercato e un eccessivo sfruttamento della leva finanziaria.&#xD;
Tutto questo porta ad un abbassamento della liquidità presente nel sistema economico e ad un contestuale aumento dei tassi d’interesse e all’incapacità di pagare debiti e rendite. Questa situazione porta l’economia in una fase di ristrettezza finanziaria e quando l’unica via di uscita per pagare i debiti è la vendita, scoppia la bolla speculativa e si assiste quindi ad un’inversione di tendenza dei prezzi, che porta a grosse perdite per tutti coloro che possiedono quelle determinate azioni nel loro portafoglio.&#xD;
La possibilità di descrivere con sufficiente sicurezza il percorso che conduce dalla formazione alla fine di una bolla speculativa è supportata dalla casta casistica riscontrabile nella storia. La teoria delle bolle speculative è infatti fondata sulla rilevazione e sull’analisi di quanto accaduto nei secoli passati fino ad oggi, a intervalli più o meno regolari, nell’economia. &#xD;
Nel corso della storia di sono verificati diversi casi di bolle speculative. Il caso più incredibile fu quello dei tulipani nell’Olanda del 1600, la cosiddetta “Tulipomania”, la passione che il popolo nutriva per questi fiori e l’incertezza che circondava il loro colore portò a credere che acquistarne fosse un buon investimento. Molte altre ondate speculative si sono susseguite nei secoli successivi, da quella della Compagnia dei Mari del Sud nel 1700 alle ferrovie inglesi nel 1800. Ma quella che più di ogni altra ha lasciato un segno indelebile nella storia e nell’economia è il crack di Wall Street nel 1929, con la grande depressione che la seguì. Tra le altre ondate speculative con ripercussioni a livello globale, vanno ricordate quelle dei junk bond americani, la grande bolla immobiliare giapponese degli anni Ottanta e l’ondata speculativa che ha investito il mercato dei titoli tecnologici alla fine degli anni Novanta. Quest’ultima ha rappresentato uno dei casi più limpidi di valutazione irrazionale dei prezzi delle azioni. L’avvento di internet, con tutte le sue implicazioni, ha fatto presagire agli operatori del settore la possibilità di ottenere profitti altissimi, tanto da far parlare di New Economy. È arrivata poi la bolla causata dall’incremento dei prezzi degli immobili, cresciuta a causa dei crediti concessi dalle banche a soggetti che non avevano reddito sufficiente per restituire il mutuo, il quale fondava la sua garanzia sulla sola crescita del valore dell’immobile. A questa bolla si è poi sovrapposta quella del petrolio e delle materie prime, legata all’aumentata domanda di questi prodotti.&#xD;
Si cercherà in questo lavoro di analizzare i comportamenti anomali dei mercati finanziari, con particolare attenzione agli eventi speculativi, evidenziando i limiti della teoria dell’efficienza, studiando da vicino il fenomeno delle bolle speculative, intese come effetti di diverse patologie del mercato e dell’economia in generale. Analizzando i moventi della speculazione alla luce di tutti i fattori che sono alla base dei principali tipi di deviazione dalla teoria di funzionamento del mercato.&#xD;
Effettuando una stima econometria si cercherà di capire se esiste una correlazione tra le bolle speculative ed il rapporto prezzi/utili che possa essere riscontrato nelle diverse occasioni in cui si sono presentate delle bolle nel corso della storia economica recente.
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