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Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/10077/7776

Title: L'oggetto del servizio sociale. Valori, teorie e pratiche componenti la disciplina
Authors: Kolar, Elisabetta
Supervisor/Tutor: Allegri, Elena
Gui, Luigi
Issue Date: 21-Mar-2012
Publisher: Università degli studi di Trieste
Abstract: La presente ricerca può esser contestualizzata all’interno del dibattito sui contenuti della disciplina di servizio sociale, sia perché si colloca in continuità con un precedente lavoro di ricerca, dai cui risultati sono emersi i testi esaminati (i testi adottati in almeno dieci sedi accademiche italiane nell’ambito degli insegnamenti di servizio sociale nell’anno accademico 2007/08), sia perché assume come oggetto i contenuti della disciplina o, meglio, quei contenuti disciplinari che vengono diffusi attraverso i testi esaminati. L’oggetto, quindi, fa riferimento alla trasmissione di quella specifica conoscenza legata al ruolo (Berger e Luckmann, 1969) e ne considera una parte, quella legata alla trasmissione attraverso la pubblicistica di settore che ha trovato diffusione negli insegnamenti di servizio sociale, in almeno dieci sedi accademiche italiane, nel solo anno 2007/08. La specificazione rispetto ai testi esaminati consente di escludere che essi possano costituire un campione rappresentativo (come tipico del metodo di ricerca) rispetto alla letteratura di settore e, al tempo stesso, permette di sottolineare come i loro contenuti, in virtù dell’adozione in ambito accademico, risultino maggiormente diffusi rispetto a contenuti di altri testi, la cui adozione negli insegnamenti di servizio sociale è più limitata. Un’ulteriore specificazione riguarda la processualità che ha caratterizzato la ricerca, processualità che viene ripresa attraverso una successione di interrogativi. Un primo interrogativo di questa ricerca interessa i contenuti dei testi e costituisce una sorta di avvicinamento agli stessi. È questa una prima fase esplorativa, di carattere generale, che permette di evidenziare alcune caratteristiche dei testi riconducibili sostanzialmente all’eterogeneità. Diverso, infatti, è il livello e l’oggetto di analisi (riferito, in generale, alla disciplina, o a modelli teorico-operativi, o a strumenti, o a valori e principi), diversa è l’esplicitazione dei riferimenti teorici all’interno dei testi e gli orientamenti all’interno degli stessi (orientamenti che si richiamano a uno o più approcci teorici), diversa è la previsione dei destinatari (studenti e/o professionisti), come pure diverso è il collegamento con la pratica professionale. Una tale eterogeneità ha portato a escludere la possibilità di procedere a una comparazione per ‘scuole di pensiero’ e, stanti gli importanti limiti, alla classificazione dei concetti (Marradi, 2007) e a orientare l’attenzione verso il linguaggio e la comunità linguistica. Sollecitata anche dalla ricerca di Fargion (2002), quest’attenzione assume un orientamento pragmatico (“il significato della parola è il suo uso nel linguaggio” § 43, Wittgenstein, 1953) e ipotizza che la costruzione del sapere sia legata a microprocessi (giochi linguistici) interni alla comunità di servizio sociale e che i testi, considerati come discorsi oggettivati (Jedlowski, 2000), possano render atto degli orientamenti della ‘comunità di pensiero’. Un secondo interrogativo che emerge da una seconda analisi dei testi e dai riferimenti teorici guarda alla possibilità di rinvenire, nei testi, delle tematiche comuni, meritevoli di approfondimento. Si individuano, così, degli interessi teorici collegati a contenuti trasversali ai testi esaminati, ossia: la centralità della persona e dei riferimenti valoriali; l’importanza del metodo, quale requisito di scientificità; l’intervento nella relazione uomo-ambiente (tratto comune di tutte le definizioni di servizio sociale); l’importanza della relazione. Un terzo interrogativo, strettamente collegato al precedente, è rappresentato dall’ipotesi che questi contenuti siano collegabili a termini-chiave, il cui uso da parte degli autori di servizio sociale consente di evidenziare alcuni aspetti significativi della disciplina, quali: il rapporto tra teoria e pratica, l’oggetto della disciplina e alcuni orientamenti teorici in essa presenti. Sono stati, quindi, individuati i seguenti termini-chiave: valori, metodo, persona, organizzazione, comunità, complessità, relazione e mediazione. Se l’analisi ha portato a estrapolare gli usi di questi termini-chiave nei testi, la stesura di questo testo, li ha ricontestualizzati, collocandoli entro un ‘discorso tra testi’, costruito principalmente sulla base di quanto emerge dalla pubblicistica di settore. Un primo esito di questo lavoro è rappresentato, quindi, proprio dal testo, in quanto ricostruisce, senza pretesa di completezza, il pensiero del servizio sociale attraverso una sorta di dialogo, mediato dai testi, tra gli autori di servizio sociale. Un dialogo che si è sottolineato, in alcuni passaggi, attraverso una pluralità di citazioni, indicative di una sorta di convergenza degli autori di servizio sociale rispetto ai temi in questione. Il percorso che ricostruisce la storia del servizio sociale sottolinea l’importante rapporto che, fin dalle origini, il servizio sociale intrattiene con il sistema socio-politico dell’epoca ‘moderna’ e l’urgenza di legittimarsi (e legittimare lo Stato-nazione) a livello scientifico. Ed è proprio attraverso la ricostruzione storica che viene messo in evidenza lo spazio intermedio occupato dal servizio sociale, tema che ritorna nel corso del lavoro. Uno spazio, enfatizzato dal termine crocevia (di relazioni, di mandati) che conferisce al servizio sociale una natura ambigua. Se la pluralità di mandati (sociale, istituzionale, professionale) pone il servizio sociale in una posizione ambivalente, tale ambivalenza non può essere risolta mediante una “regolamentazione dall’alto” (Elias, 2010) spetta, infatti, a chi si trova nella situazione ambivalente, ossia al servizio sociale, di risolverla. Emerge, così, in questo contesto, il tema della complessità che sembra costituire il filo conduttore dell’intero lavoro. La complessità giace, secondo Morin, proprio nella “combinazione individuo/società con i suoi disordini e le sue incertezze, nell’ambiguità permanente della loro complementarietà, della loro concorrenza e, al limite, del loro antagonismo” (Morin, 1974). La stessa complessità, peraltro, consente di guardare in modo diverso al sapere scientifico, di superare i confini delle diverse discipline, di istituire discipline che interconnettono le conoscenze. E non a caso il servizio sociale, che fatica a definirsi entro i canoni della scienza positiva e delle antinomie tra positivismo e interpretativismo, guarda con interesse ai riferimenti teorici che assumono la complessità (Bhaskar, 2010; Morin, 2007) e a quelle concezioni di progresso scientifico (Laudan, 1979) che maggiormente possono render conto di quel sapere sedimentato, storicamente cumulato che caratterizza la disciplina. Permangono, tuttavia, le questioni cruciali che interessano la produzione del sapere, il rapporto tra teoria e pratica e i contenuti su cui si concentra la disciplina. Nella pubblicistica esaminata è possibile rinvenire alcuni elementi che contribuiscono a caratterizzare la disciplina e il rapporto teoria-prassi: a) la vocazione operativa, piuttosto che speculativa, della conoscenza; b) la circolarità che caratterizza la metodologia (prassi – teoria – prassi) propria delle scienze sociali (Dal Pra Ponticelli, 1985, 2005), la costruzione dei modelli teorico-operativi (teoria per la pratica e teoria della pratica) e lo stesso processo di aiuto; c) l’unitarietà del metodo, che supera le distinzioni in base ai diversi contesti operativi e ai diversi interlocutori, propria della tradizione anglosassone, e diviene fattore di identificazione per la comunità professionale; d) la natura composita del sapere, capace di coniugare “esperienza e ragione” (Bhaskar, 2010): un sapere che si avvale tanto degli apporti teorici, quanto di saperi esperienziali, provenienti da una pluralità di fonti (i concetti teorici, l’esperienza degli operatori, l’esperienza degli utenti dei servizi), quanto, ancora, di saperi che non sempre riescono a essere esplicitati (conoscenza tacita). Un sapere che, proprio in ragione della sua natura, indica un rapporto teoria-pratica non diretto (come, invece, vorrebbe la razionalità tecnica), ma mediato da un pensiero in cui è possibile scorgere assunti teorici, ipotesi esplicative, riferimenti valoriali; e) un “sapere complesso non autonomo” che utilizza apporti teorici diversi che convergono in una sintesi unitaria, originale (“disciplina di sintesi”), cui sottende una concezione multidimensionale dei problemi che, potenzialmente, orienta verso approcci multidisciplinari, interdisciplinari, multireferenziali; f) un sapere che cerca di fondare la propria tradizione partendo non già da un punto di vista privilegiato, ma dal dialogo, capace di tenere insieme orientamenti differenti, senza per questo rinunciare a una sorta di disciplinamento (che sembra trasparire sia dal dibattito intorno all’eclettismo, ossia intorno ai modi con cui viene usata la teoria, sia da alcune posizioni che tenderebbero a ridimensionare orientamenti impropri, quali il counseling o il lavoro sociale); g) un carattere di apertura, di continuità e innovazione, che connota la disciplina, ne enfatizza il carattere cumulativo (“sapere storicamente cumulato”) e in divenire (“disciplina in divenire”). Un carattere che potrebbe far intendere il servizio sociale come scienza, seppur immatura, secondo la prospettiva di Khun ripresa da Dal Pra (2005), o che potrebbe indurre a ricercare una “tradizione di ricerca” del servizio sociale, secondo la prospettiva di Laudan, ripresa dalla stessa Dal Pra (2004, 2010) e da Gui (2004); h) alcuni riferimenti cruciali, tra cui la centralità della persona, assunta in un’ottica teorico-valoriale, e la centralità della relazione; i) l’importanza della dimensione valoriale, che informa l’operatività e la teoria e da cui discende la stessa concezione ontologica della realtà; l) il concetto di neutralità, che abbandonate le pretese di oggettività, sembra piuttosto centrarsi sulla possibilità di interazione tra soggettività, sulla possibilità di coniugare pensiero e azione, sulle capacità di riflessione e conoscenza nell’azione e sulle capacità di autoriflessione nella produzione di conoscenza; m) il concetto di coerenza, che traduce la congruenza ai valori e agli scopi del servizio sociale e la compatibilità tra riferimenti teorici. Una compatibilità che non sembra indicare una perfetta assonanza, bensì la tensione verso una convergenza di massima, una sorta di “consenso per intersezione”, se a questo concetto si vuole attribuire il significato di un nucleo di concetti, ciascuno dei quali può esser ricondotto a più prospettive teoriche, che mantengono, comunque, le loro differenze e le loro peculiarità. In questo senso possono esser considerati i diversi apporti (es. pragmatismo, realismo critico, costruzionismo…) che sono comparsi, a volte in modo esplicito, a volte implicito, nel testo; n) la dimensione della responsabilità che pare trasversale all’operatività (nei termini di processi e di esiti), alla produzione e trasmissione di conoscenza. Se la disciplina di sintesi si costruisce a partire da apporti di altri saperi disciplinari, allora diventa quasi naturale interrogarsi sulle modalità con cui si realizza questa relazione con altri saperi. In questa sede si è cercato di formulare un’ipotesi a partire dalla definizione dell’oggetto di lavoro-dominio di studio, ritenuti coincidenti in quanto riferiti agli stessi problemi. Infatti, se la teoria serve a risolvere i problemi, pare logico ritenere che i problemi su cui si concentra siano i medesimi ai quali si rivolge l’intervento. Assunta questa coincidenza si è guardato alle definizioni che caratterizzano l’oggetto di lavoro (Ferrario, 1996) e il dominio di studio (Gui, 2004) e si è osservato che entrambe prevedono un oggetto a tre dimensioni che istituisce una relazione con altre tre dimensioni. Si potrebbe, perciò, supporre che oggetto a tre dimensioni instauri relazioni della stessa forma. Tale ipotesi viene supportata dal contributo di Peirce (1931-1935, 1958), per il quale la relazione triadica è genuina, costitutiva dell’identità di un oggetto e capace di reiterare relazioni traidiche, avvicinando anche elementi lontani ed eterogenei (abduzione) e da Morin (2000, 2007). Riportando queste considerazioni all’oggetto del servizio sociale e alle tre dimensioni che esso collega, si dovrebbe ritenere che la forma dell’oggetto gli conferisca una specifica identità e che esso possa reiterare infinite concatenazioni triadiche. Attraverso questi concatenamenti sarebbe possibile avvicinare elementi anche molto lontani ed eterogenei che, una volta radicati nell’ambito disciplinare, acquisirebbero una loro autonomia. Questa forma dell’oggetto, peraltro, potrebbe render atto di quella difficoltà di circoscrivere l’oggetto medesimo, rilevata dagli autori di servizio sociale, nonché della presenza, in seno alla disciplina, di elementi anche eterogenei tra loro e, al limite, anche antagonisti, aspetto questo che caratterizza la tradizione di ricerca di Laudan. Interessanti, rispetto a questa ipotesi, paiono alcune accezioni dei termini complessità, relazione, mediazione. Quest’ultimo, in particolare, evoca lo spazio intermedio che, secondo Orme e Briar-Lawrson (2010), costituisce uno spazio interstiziale dove si colloca la disciplina di servizio sociale. Sarebbe questo spazio, quindi, che favorirebbe la connessione con gli altri saperi disciplinari e la migrazione dei concetti, che, una volta radicati, darebbero origine a un sapere autonomo. Se, attraverso i termini complessità, relazione, mediazione è stato possibile rendere conto delle caratteristiche dell’oggetto, gli usi dei termini-chiave corrispondenti alle dimensioni dell’oggetto, ossia persona, organizzazione, comunità mettono in evidenza alcuni elementi che, insieme ad alcune accezioni del termine relazione, rendono atto di alcuni contenuti disciplinari. Nel loro complesso rimandano alla relazione di aiuto, alla dimensione di potere, alla responsabilità, declinano, in senso operativo, autonomia e autodeterminazione, enucleano, pur in dimensione più limitata di quella dedicata alla relazione di aiuto, alcuni aspetti del lavoro organizzativo e con la comunità. Considerati nel loro complesso gli ‘usi’ dei termini-chiave consentono di individuare un pensiero teorico che, al momento, sembra inscriversi nell’alveo del realismo critico-pragmatismo. Nel loro insieme, tuttavia, gli ‘usi’ dei termini-chiave, non riflettono una completa omogeneità: nell’evidenziare le diverse accezioni dei termini sono emerse delle differenze, non riconducibili, però, in modo inequivocabile a scuole di pensiero mutuamente esclusive (come, del resto, già osservato dopo una prima esplorazione dei testi). Sembra, piuttosto, che le differenze, in parte, si escludano reciprocamente, in parte, si intreccino: questo aspetto, che pare rimandare all’interdisciplinarietà e, forse ancor di più, alla multireferenzialità, e che sembrerebbe render conto di una ‘tradizione di ricerca’ secondo il pensiero di Laudan, potrebbe dare origine – e tale è l’ipotesi che si formula – a filoni di pensiero caratterizzati da aspetti prevalenti, più che da una completa omogeneità. In particolare sono stati evidenziati un filone realistico-relazionale, un filone sistemico e un filone ermeneutica-esistenziale. Sono, inoltre, stati rilevati alcuni aspetti che rimandano al costruzionismo sociale, aspetti che sembrano confermare l’idea di quella somiglianza e differenza esistente tra i diversi orientamenti teorici. Queste osservazioni, da un lato, sembrano suggerire la necessità di ulteriori approfondimenti rispetto all’ipotesi appena formulata, dall’altro lasciano intravedere la possibilità – anch’essa da approfondire - che all’interno della comunità di servizio sociale si sviluppi un’aggregazione di contenuti (attestato, in questo lavoro, ad esempio, da accezioni di termini che si richiamano tra loro) che, in qualche modo, trasforma i contributi provenienti da altre discipline. Questa prospettiva potrebbe suggerire degli approfondimenti interessanti: se, infatti, questo lavoro ha permesso di descrivere alcuni contenuti (come è proprio di una ricerca esplorativa), il passaggio successivo potrebbe esser rappresentato proprio da un’analisi di quelle capacità trasformative e generative che, nel corso di questo lavoro, si è supposto essere proprie di quelle discipline che si costruiscono a partire dal confronto e dalla connessione con altri saperi disciplinari. Questo approfondimento, peraltro, potrebbe costituire un’analisi non solo delle capacità di produzione teorica, ma anche delle capacità di pensiero riflessivo e critico, più volte richiamato dagli autori. Un pensiero che volutamente non si è collocato nei filoni individuati, in quanto trasversale agli stessi, ma che pare necessario a una disciplina che, secondo quanto si è ipotizzato in questo lavoro, abita gli spazi intermedi, si relaziona costantemente con altri saperi, avvicina contributi provenienti da saperi differenti. Se la forma aperta dell’oggetto e la sua struttura conoscitiva sono capaci di infinite possibilità di concatenamento, le capacità di autoriflessione e di istituzione di metalivelli (Melucci, 2000) diventano indispensabili al fine di mantenere uno sguardo critico e responsabile rispetto alla produzione e diffusione della conoscenza e alle sue declinazioni operative.
PhD cycle: XXIV Ciclo
PhD programme: SCUOLA DI DOTTORATO DI RICERCA IN SCIENZE INTEGRATE PER LA SOSTENIBILITA' TERRITORIALE
Description: 2010/2011
Keywords: servizio sociale, teorie, disciplina, complessità, relazione
Main language of document: it
Type: Tesi di dottorato
Doctoral Thesis
Scientific-educational field: SPS/07 SOCIOLOGIA GENERALE
NBN: urn:nbn:it:units-4433
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