Scienze politiche e sociali

Settori scientifico disciplinari compresi nell'area 14:

  • SPS/01 FILOSOFIA POLITICA
  • SPS/02 STORIA DELLE DOTTRINE POLITICHE
  • SPS/03 STORIA DELLE ISTITUZIONI POLITICHE
  • SPS/04 SCIENZA POLITICA
  • SPS/05 STORIA E ISTITUZIONI DELLE AMERICHE
  • SPS/06 STORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI
  • SPS/07 SOCIOLOGIA GENERALE
  • SPS/08 SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI E COMUNICATIVI
  • SPS/09 SOCIOLOGIA DEI PROCESSI ECONOMICI E DEL LAVORO
  • SPS/10 SOCIOLOGIA DELL'AMBIENTE E DEL TERRITORIO
  • SPS/11 SOCIOLOGIA DEI FENOMENI POLITICI
  • SPS/12 SOCIOLOGIA GIURIDICA, DELLA DEVIANZA E MUTAMENTO SOCIALE
  • SPS/13 STORIA E ISTITUZIONI DELL'AFRICA
  • SPS/14 STORIA E ISTITUZIONI DELL'ASIA

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  • Publication
    Modernizzazione nei paesi post - comunisti come modernità multiple. Un'osservazione dentro la relazione stato - societa nel Albania post - comunista, per capire il suo sentiero verso la modernita.
    (Università degli studi di Trieste, 2014-04-16)
    Kaciu, Ervin
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    Boileau, Anna Maria
    Societies of eastern European countries and among them Albania since more than two decades have overturned the communist regime and have started their path of versatile social, political and economical change. But despite the fact that much time has passed, still many uncertainties remain unanswered regarding the modernization change vector of these societies. In the theoretical framework of classical approaches on modernization, which are embraced by most scholars of transitology, the prospect of these countries was clear, as long as the finality was predetermined – to achieve the Western model of modernity. As result the entire process of change was simply mechanical and consisted only in finding adequate instruments to implement the necessary reforms to achieve this development model. But even if there existed a social compromise in order to passively accept a uni-linear and teleological development philosophy, it dismantle any source of diversity by questioning the modernity per se, it is not only unworthy but above all impossible. Thus starting from this premise, some other researchers oppose this approach by pretending more a plural conceptualization of post-communist modernity than a homogenizing one. Exactly from this critical theoretical coordinate starts my research on post-communist modernity seeking to break free firstly from this paradigm, in order to be able to observe with other lenses Albanian post - communist reality. We're thus looking for a local path to modernization of Albanian society and agents that participate in this social change. Although aware from the starting point, that we cannot find any meaningful features of any local modernity, because the homogenizing and uni-linear paradigm of modernization is perpetuated by all local actors as an undisputable modus operandi, reflected in the society vocation of integration into the European Union. More concretely, the main object of theoretical and empirical analyze in this dissertation becomes the state-society relationship, as it manifests in the best mode the typology of social change that Albanian society is experiencing. Indeed, while the whole society is appealed to participate in the installation of "new order", the opposite is observed- political alienation of society, deterioration of horizontal and vertical trust, low participation, inactive civil society that reduces the relationship state - society in a dysfunctional relationship. The state instead of being valued as the castle that we must build altogether is increasingly seen as a foreign body within the social organism. By analyzing at the empirical and theoretical level historical and actual reasons of these phenomena, we will try to explore better the physiognomy of post-communist modernity in Albania (if such exists) and of participatory agents in the social change process.
      941  981
  • Publication
    Percorsi di autoimprenditorialità tra variabili individuali e ambientali. Prospettive di analisi da un caso di studio.
    (Università degli studi di Trieste, 2014-04-16)
    Zanetti, Chiara
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    Blasutig, Gabriele
    Lo studio della genesi dell’imprenditorialità è di particolare interesse, in quanto è opinione diffusa che essa contribuisca a creare lavoro e sviluppo economico (Commissione delle Comunità Europee 2003, Commissione Europea 2013). Lo studio dell’imprenditorialità non è affatto nuovo, in quanto si è sviluppato parallelamente all’industrializzazione. Esso è stato al centro della costruzione teorica di molti autori classici della sociologia: basti pensare al ruolo riservato agli imprenditori nell’opera di Marx, Weber, Sombart e Schumpeter. Quello dell’imprenditorialità è un tema che per sua natura è stato affrontato da diversi punti di vista. Infatti, la letteratura scientifica di riferimento trae spunto da discipline economiche, sociologiche, antropologiche e psicologiche. La formazione e l’educazione imprenditoriale in questo contesto giocano un ruolo importante. A tal proposito Brockhaus (2001) si chiedeva se fosse possibile insegnare a qualcuno ad essere un imprenditore. In questo quadro, l’obiettivo del presente lavoro di tesi è quello di indagare quali sono i fattori decisivi e le risorse messe in campo da chi desidera aprire una nuova impresa. Il riferimento specifico non è tanto agli elementi di carattere economico, quanto, invece, al ruolo giocato dai fattori individuali e sociali. Tra i primi alcune caratteristiche che emergono trasversalmente e con maggiore frequenza nella letteratura sono la propensione al rischio, lo spirito di iniziativa, l’ambizione, la responsabilità, l’indipendenza, la tolleranza dell’ambiguità, l’innovazione e il desiderio di autorealizzazione.. Altri elementi sono legati ai diversi modelli di socializzazione al lavoro che orientano i valori, le credenze e le opinioni dei soggetti rispetto alla carriera professionale, alle esperienze lavorative, alle reti sociali in cui è inserito l’imprenditore.. A partire da questo frame teorico, ci si chiede quali sono i fattori e gli strumenti che possono facilitare percorsi imprenditoriali di successo? Nel presente contributo, l’angolatura specifica da cui si guarda agli elementi sopra descritti è quello del percorso di formazione Imprenderò, avviato nel 2002 nella regione Friuli Venezia Giulia e proposto successivamente per in tre edizioni con l’idea di facilitare la riproduzione della cultura imprenditoriale di base attraverso un insieme combinato di azioni di formazione, consulenza e orientamento. I potenziali imprenditori fruitori della formazione presi in considerazione in questo elaborato rientrano prevalentemente nell’area del self employment e, in parte, dei necessity entrepreneurs ovvero di coloro che avviano un’impresa in mancanza di altre possibilità per assicurarsi un reddito. Attraverso l’analisi del progetto Imprenderò e dei percorsi dei suoi partecipanti, il presente contributo intende indagare qual è la costellazione di fattori che stimola le persone ad intraprendere una carriera imprenditoriale. Inoltre, ci si chiede in che modo la formazione e l’eventuale accompagnamento abbia inciso sugli esiti, facilitando o meno percorsi di successo. Lo scopo della ricerca, perciò, è quello di analizzare le determinanti della transizione e dell’accesso lavoro indipendente, chiarendo quanto l’idea imprenditoriale sia una dotazione personale e quanto, invece, sia stata perfezionata e valorizzata grazie alla formazione e ai fattori relazionali e di contesto. Pertanto, l’analisi si incentra sulle costruzioni di significato con le quali i lavoratori rappresentano la propria condizione. Come rappresentano le loro esperienze lavorative? Attraverso quali narrazioni e strategie raccontano il modo con cui affrontano il proprio percorso di avvio di impresa? Quali motivazioni vengono evidenziate? In particolare, nell’attuale situazione economica, il lavoro autonomo costituisce effettivamente un percorso lavorativo soddisfacente?
      1058  6405
  • Publication
    Abitanti di uno spazio incerto. Pratiche e paradossi in una etnografia tra rifugiati, operatori e diritti sociali.
    (Università degli studi di Trieste, 2014-04-16)
    Signorini, Virginia
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    Pocecco, Antonella
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    Boileau, Anna Maria
    Questa indagine propone una lettura del sistema- rifugio italiano partendo dal paradosso della inclassificabilità del rifugiato, non più cittadino del proprio Paese di origine e non ancora cittadino del Paese di approdo, focalizzandosi su quello spazio liminale – a cavallo tra lo status di rifugiato e lo status di cittadino – in cui prendono vita le pratiche quotidiane tipiche del contesto del rifugio. Una componente del contesto italiano è la precarietà del confine tra protezione e abbandono che si rispecchia nella instabile possibilità di inserimento nei progetti nati per svolgere a vario titolo azioni di facilitazione nell'accesso ai diritti sociali dei rifugiati. Sono molti i rifugiati che nonostante l'esistenza di tali progetti si trovano in molti casi costretti a vivere in contesti marginali. Le categorie della cittadinanza e del rifugio non sono qui considerate come sole categorie giuridiche, ma come processi attraverso cui l'individuo si relaziona con il proprio sé e con i soggetti che incontra, e a seconda dell'ambito di potere in cui si trova. Tramite l'osservazione e la raccolta di testimonianze di chi quotidianamente si muove lungo la linea immaginaria che collega il mondo dei progetti a quello dei potenziali ospiti, questo lavoro di ricerca permette una rilettura del sistema rifugio ponendo in rilievo le sue contraddizioni nell'ambito delle relazioni tra la dimensione del terzo settore e delle istituzioni, tra le politiche e le pratiche afferenti a tali dimensioni e quotidianamente messe in atto nella relazione tra gli operatori e i rifugiati “dentro ai progetti” e nelle quotidianità al di “fuori dei progetti”. La lente attraverso cui si è scelto di procedere in questa osservazione, nella specifica esperienza della Toscana, è quella dei percorsi di accesso al diritto all'accoglienza e alla salute nel passaggio dalla loro titolarità alla effettiva esigibilità. Particolare attenzione è rivolta alle dinamiche che riguardano quelle persone rifugiate che appartengono alle cosiddette “categorie vulnerabili”. Il lavoro si interroga su quale sia e quale dovrebbe essere il ruolo dei progetti, e di chi vi opera all'interno, nell'accesso ai diritti dei rifugiati in generale e in particolare di quei rifugiati considerati in una condizione di prioritaria necessità di inserimento in percorsi di supporto nell'accesso ai propri diritti. In particolare, la ricerca viene a verificare se nel corso degli ultimi venti anni di esperienze nell'ambito del rifugio, in cui le “emergenze” si sono avvicendate all'ideazione di esperienze ad hoc e a momenti di riflessione sulle problematicità del processo, si sia effettivamente venuta a creare una “cultura del rifugio” a livello nazionale, che nella sua ipotetica coerenza interna risponda in maniera adeguata alle richieste del contesto
      1846  72854
  • Publication
    PUBLIC DIPLOMACY IN PRACTICE: MANAGING DIVERGENT LOGICS OF COMMUNICATION IN EU-RUSSIA RELATIONS- What role for presidential summits?
    (Università degli studi di Trieste, 2014-04-16)
    Preda, Gabriela
    ;
    Gasparini, Alberto
    This dissertation explores the intricate relationship between European Union (EU) and The Russian Federation (referred to as Russia), through the lens of communication and public diplomacy practices. It sheds light on the question: Why do EU and Russia still lack the setup to map out a joint strategy for managing bilateral communications, despite their mutually acknowledged need to strengthen their comprehensive strategic partnership?. The overall claim is that, although both sides constantly reaffirm their “strong commitment” to an authentic strategic partnership on the axis Brussels-Moscow and to an enhanced bilateral communication, in reality the two actors have always maintained a certain distance in the public sphere and have never stopped perpetuating conflicting narratives on the evolution of their relationship (grounded in divergent vocabularies), while competing for the greatest possible domination of the political communication arena , as part of what appears a wide-ranging competition to sway international policy-making and gain political control when addressing common issues or concerns. In particular, the dissertation draws attention on some of the key distinctive features that typify communication practices in EU-Russian relations, whereby the two actors constantly compete for both access to and influence over the (inter)national media (over international agenda building and frame building as one central strategic activity of their public diplomacy processes). In this sense, it emphasizes the case of presidential summits, presented as a key indicator of a particularly complex relationship between these two partners gradually drifting apart. The assumption is that the “fight”/competition between EU and Russia for the greatest possible domination of the political communication arena (media access and media framing) has alwas been a central element of these events, with both actors realizing that sympathetic media coverage is a prerequisite for political influence. On this point, the thesis identifies various divergent framings in EU and Russian public messages, media statements, discourses and press releases distributed on these occasions, which address common issues or concerns. Temporally, the period between 1998 and 2013 /January 2014 is essential to empirically map EU-Russia interactions in this specific settings and to derive the relevant conclusions. The dissertation speaks to various bodies of literature, as my investigation requires an interdisciplinary approach, while employing various theories and concepts, with emphasis on international relations, communications and public diplomacy. It will hopefully provide a useful baseline for future research and debates as it offers useful insights on the peculiar interplay between public diplomacy and realpolitik dynamics on the international political communication scene. -----------------------------------------------Questo ricerca ha l’obiettivo di indagare ed analizzare alcuni aspetti chiave dei rapporti tra l’Unione Europea (UE) e la Russia, con una particolare attenzione alle dinamiche che riguardano la comunicazione e i canali della diplomazia pubblica negli ultimi decenni. L’analisi affronta alcuni nodi problematici ed ancora irrisolti, concentrandosi su casi ed aspetti specifici, quali per esempio quello dei canali della diplomazia pubblica russa ed europea o del significato dei summit presidenziali UE-Russia. La tesi incrocia vari temi di attualità e dibattiti internazionali attinenti la diplomazia pubblica e al rapporto tra le sue fonti intenzionali e quelle non intenzionali o il dibattito sulle sfide dei rapporti istituzionali UE-Russia.
      982  3284
  • Publication
    The Role of the United States of America to End a War in Bosnia and Herzegovina: 1992-1995
    (Università degli studi di Trieste, 2014-04-16)
    Osmanović, Šemso
    ;
    Bonanate, Luigi
    Between 1991 and 1995, close to three hundred thousand people were killed in the former Yugoslavia. The international responses to this catastrophe was at best uncertain and at worst appalling. While both the United States and the European Union initially viewed the Balkan wars as a European problem, the Europeans chose not to take a strong stand, restricting themselves to dispatching U.N. “peacekeepers” to a country where there was no peace keep, and withholding from them the means and the authority to stop the fighting. In Bosnia the Europe sought to avoid military involvement, citing every excuse she could think of not to intervene to prevent the genocide of 250.000 Bosnian Muslims, who ultimately died at the hands of their Serbian tormentors. The British and French, too, who had primarily responsibility for dealing with this European problem, had persuaded the United Nations to impose an arms embargo on both sides in the Bosnian war. As often happens, the embargo did little damage to Serbia’s military capacities, since their army had inherited the extensive military hardware Yugoslavia had amassed under its former Communist regime. But the embargo did deny the means of self-defense to the poorly equipped majority Muslim population in Bosnia. Unarmed, they could do little to repel the invaders or to protect their villages. Some European leaders were not eager to have a Muslim state in the heart of the Balkans, fearing it might become a base for exporting extremism, a result that their neglect made more, not less, likely. However, from the beginning of Yugoslavia’s collapse, Americans divided into two groups, broadly defined: those who thought that Americans should intervene for either moral or strategic reasons, and those who feared that if they did, they would become entangled in a Vietnam-like quagmire. As awareness of ethnic cleansing and genocide spread, the proportion of those who wanted the United States to “do something” increased, but they probably never constituted a majority. Nevertheless, when the situation seemed most hopeless in July 1995 - the United States put its prestige on the line with a rapid and dramatic series of high-risk actions: an all-out diplomatic effort in August, heavy NATO bombing in September, a cease-fire in October, Dayton in November, and, in December, the deployment of twenty thousand American troops to Bosnia. Finally, in late 1995, in the face of growing atrocities and new Bosnian Serb threats, the United States decided to take part in Bosnia, the war was over and the America’s role in post-Cold War Europe redefined. There is a lesson here to be learned by Europe that Bosnian Muslims are the best Christians in the world. The policy-makers cannot have a double heart, one for love and other for hate because some European leaders were not eager to have a Muslim state in the heart of Europe. They spoke of a painful but realistic restoration of Christian Europe. Of course Christianity, like any other religion has nothing to do with the barbarities and the greatest collective failure of Europe. The lesson that Western civilization thought it had drawn from the genocide of World War II – “Never again!”- must now be qualified to read: “except when politically inconvenient.”
      1053  2669