03 Archivio delle filosofe 3
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Indice
Maddalena Bonelli, Elisa Caldarola, Laura Caponetto, Carlotta Cossutta, Antonella Del Prete, Francesca De Vecchi, Elisa Paganini, Sandra Plastina, Marina Sbisà
Introduzione
Mariana Gardella
Cleobulina di Rodi (VI a.C.)
Ilaria Ferrara
Dorothea Christiane Erxleben (1715-1762)
Bianca Monteleone
Mary Wollstonecraft (1759-1797)
Federica Castellani
Edith Stein (1891-1942)
Gloria Mainardi
Mary Beatrice Midgley (1919-2018)
Carolina Caccetta
Monique Wittig (1935-2003)
Silvia Lorusso, Clara Ramundo
Christine Delphy (1941-)
Elisabetta A. Dilucca
Gloria Anzaldúa (1942-2004)
Angela Scozzafava
Elena Pulcini (1950-2021)
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- PublicationElena Pulcini (1950-2021)(EUT Edizioni Università di Trieste, 2025)Scozzafava, AngelaElena Pulcini (L’Aquila 1950 – Firenze 2021) ha insegnato Filosofia sociale presso l’Università di Firenze dal 2001 al 2021. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: L’individuo senza passioni. Individualismo moderno e perdita del legame sociale (2001a), Il potere di unire. Femminile, desiderio, cura (2003), La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (2009), Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale (2020a). Con viva passione civile e rigore intellettuale ha affrontato questioni basilari e ineludibili: le sue analisi sull’origine dell’individualismo e del narcisismo contemporaneo, sulla perdita del legame sociale, sul ruolo delle passioni, giudicate forze capaci di motivare scelte e azioni sia individuali che sociali, sull’esclusione dei soggetti ‘altri’, innanzitutto di quello femminile, rappresentano un contributo dal quale non si può prescindere, se vogliamo veramente comprendere e curare il nostro mondo. La sua riflessione, in costante dialogo con i classici, studia innanzitutto il modificarsi della concezione che la modernità ha dell’individuo: dall’homo œconomicus della prima fase, caratterizzato dal desiderio di possedere ricchezze e da quello di differenziarsi dagli altri e di esserne riconosciuto, all’individuo narcisistico della tarda modernità, un Io che non si riconosce limiti, ancorato al presente e privo di progettualità, debole e soprattutto incapace di un reale confronto con l’altro. A partire dai primi anni Duemila Pulcini approfondisce l’analisi della globalizzazione indicandone la ‘costitutiva ambivalenza’, il suo produrre omogeneità indifferenziate da un lato e frammentazioni e disuguaglianze dall’altro; denuncia le trasformazioni della struttura antropologica dell’individuo e lo scadere dei legami sociali, fenomeni questi che, già avviatisi con la modernità, ora vengono esasperati e portati al limite estremo. Nel suo ultimo libro – Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale (2020a) – l’analisi viene ulteriormente arricchita: oggi dobbiamo misurarci con nuove sfide, ad esempio il cambiamento climatico o il rischio nucleare. In particolare Pulcini si sofferma sulle nuove immagini dell’Altro con cui dobbiamo fare i conti: l’Altro distante nello spazio, che ha assunto i caratteri inquietanti dello Straniero, e l’Altro distante nel tempo, ovvero quelle generazioni future verso le quali siamo in debito soprattutto per le questioni ambientali. Un altro fulcro del suo lavoro è la riflessione su giustizia e cura. La studiosa argomenta che il paradigma giuridico razionalista, fondato su equità e diritti simmetrici e sostenuto solo da ragionamenti astratti, è insufficiente: è necessario modificarlo e appoggiarsi anche a motivazioni affettive per sostenere l’azione giusta. Parallelamente, la cura – di cui si ha un’immagine stereotipata e che viene considerata un esclusivo compito femminile – va trasformata in scelta etica, pienamente consapevole: solo riconoscendo la fragilità propria e altrui ci si può aprire a una relazione autentica, non sacrificale, che superi la contrapposizione tra l’ambito privato e quello pubblico-politico. In conclusione, Pulcini traccia una visione integrata di cura e giustizia, alimentata dalle passioni empatiche e dall’assunzione di responsabilità verso il presente e le generazioni future. La sua proposta etica e pedagogica – volta a formare, attraverso una ‘paideia delle passioni’, un soggetto emozionale capace di coniugare ragione e sentimento – si pone come risposta critica alle crisi globali: ecologiche, sociali, identitarie. La metamorfosi culturale ed emotiva che auspica è la base per costruire una società conviviale globale (l’espressione si trova in Alain Caillé, Manifesto convivialista) in cui le passioni divengano cemento emotivo di una comunità globale fondata su equità, cura e responsabilità intergenerazionale.
102 20 - PublicationGloria Anzaldúa (1942-2004)(EUT Edizioni Università di Trieste, 2025)Dilucca, Elisabetta A.Il presente profilo si propone di esaminare la vita, le opere e il pensiero della scrittrice femminista, queer e chicana Gloria Evangelina Anzaldúa (1942-2004), mostrando come la sua produzione teorica e poetica presenti grande rilevanza filosofica per la critica femminista decoloniale e per pensare filosoficamente il presente che abitiamo, attraversato da tensioni identitarie, razziali e culturali. Pur non essendo una filosofa di formazione accademica, Anzaldúa ha concepito la propria elaborazione teorica in termini analoghi alla sua spiritualità, definendola un “mestizaje filosofico” : un intreccio ibrido di tradizioni e prospettive, che attinge alle culture latino-americana e indigena, alla cultura black e alla tradizione europea. La sua produzione testimonia una pratica intellettuale policentrica e rivoluzionaria, attraversa diversi generi letterari, dalla prosa alla poesia e fino alla letteratura per l’infanzia, e comprende un vasto corpus di scritti, annotazioni e saggi rimasti inediti. Un ruolo fondamentale nella diffusione degli scritti inediti è stato svolto da AnaLouise Keating, curatrice di The Gloria Anzaldúa Reader (2009), che ha reso accessibili numerosi testi, oltre al volume Luz en lo oscuro pubblicato in Italia da Meltemi nel 2022. In particolare, questo contributo analizza alcuni dei concetti fondamentali del pensiero dell’autrice, tra cui la coscienza mestiza, il nepantla (spazio liminale) e la facultad (facoltà percettiva), concetti che emergono dall’esperienza autohistorica di Anzaldúa, che ha coniato questo termine per descrivere l’intreccio tra autobiografia, memoria culturale, mito, storiografia e altre forme di narrazioni subalterne. La frontiera, concetto centrale nella sua riflessione e tema del suo testo più celebre, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza (1987), non appare mai soltanto come il confine geografico tra Stati Uniti e Messico (in cui Anzaldúa ha trascorso l’infanzia), ma si estende metaforicamente a tutte le frontiere psichiche, sessuali e spirituali, trasformandosi in uno spazio di intenso dolore ma anche di contatto e continua metamorfosi. In quest’opera, la commistione di inglese, spagnolo e spanglish diviene una forma di “scrittura mestiza”, in cui lingua, corpo e identità coincidono: il testo stesso si fa corpo politico, incarnando la frontiera che descrive. La riflessione teorica di Anzaldúa, sviluppata attraverso il costante attraversamento di frontiere geografiche e identitarie, si sviluppa attraverso i concetti di facultad e conocimiento (conoscenza), che definiscono la conoscenza come processo incarnato, spirituale e trasformativo. La sua opera, pionieristica nel femminismo decoloniale e intersezionale e in dialogo con Cherríe Moraga, bell hooks, Angela Davis e l’eredità anticoloniale di Frantz Fanon, accoglie la contraddizione come metodo, riscrivendo le categorie filosofico-politiche occidentali dell’identità, del nazionalismo e dell’alterità. Anzaldúa può essere definita una “filosofa del confine”, la cui riflessione, procedendo per innesti, intreccia concetti, pratiche e visioni artistiche in un costante movimento di ibridazione e metamorfosi.
92 49 - PublicationChristine Delphy (1941-)(EUT Edizioni Università di Trieste, 2025)
;Lorusso, SilviaRamundo, ClaraPioniera del movimento femminista della cosiddetta “seconda ondata” negli anni Settanta in Francia, Christine Delphy (Parigi, 1941) è stata una figura chiave del femminismo materialista francese. La sua riflessione è ancora oggi un punto di riferimento teorico e politico imprescindibile, tanto per un’analisi dei rapporti materiali di oppressione quanto per una critica alla naturalizzazione delle categorie di genere e sesso – la cui radicalità ha anticipato e ispirato le successive elaborazioni femministe e transfemministe sul genere e sul corpo. La presente voce intende offrire un profilo biografico e intellettuale, filosoficamente connotato, di questa teorica e militante femminista, per quanto la sua prospettiva di indagine risulti dichiaratamente legata più al campo della sociologia che a quello delle discipline filosofiche. Lo scopo di questo contributo è pertanto di mostrare in che misura le riflessioni di Delphy travalicano rigidi confini disciplinari, avvalendosi di strumenti sociologici di analisi critica dei fenomeni, ma senza rinunciare a un portato teorico che si confronta apertamente con la storia dei concetti. Entro un orizzonte di senso costituito da concetti marxiani, filtrati e risignificati dal femminismo radicale francese di quegli anni, non si potrà fare a meno di prendere le mosse dai presupposti teorici a partire da cui Delphy articola la sua prospettiva femminista materialista di critica alle condizioni concrete di sfruttamento ‒ in particolare delle donne e, più in generale, dei gruppi sociali dominati. Di qui, si guarderà all’elemento di profonda novità del femminismo materialista di area francese, che risiede proprio nel rinvio dei concetti di sesso e genere a un rapporto di dominio tra gruppi socialmente determinati. Proprio una simile prospettiva anti-naturalista, attenta alle condizioni materiali di oppressione delle donne – in quanto «classi di sesso» – permette alla sociologa femminista di cogliere lo sfruttamento domestico come base economica del patriarcato. Si tratta di un aspetto decisivo delle analisi di Delphy, laddove l’oppressione patriarcale è costantemente tematizzata nel suo intreccio e nelle sue differenze con l’oppressione capitalistica, in una prospettiva che non può ridurre le gerarchie sociali a dinamiche storiche lineari e isolate. Legando a doppio filo l’elaborazione concettuale alla pratica politica, ancora oggi Christine Delphy continua a far interagire in un rapporto reciprocamente fecondo il «femminismo-movimento» e il «femminismo-punto di vista teorico».113 38 - PublicationMonique Wittig (1935-2003)(EUT Edizioni Università di Trieste, 2025)Caccetta, CarolinaMonique Wittig (1935-2003) è stata una scrittrice, teorica e militante, tra le voci più radicali del femminismo del XX secolo. Il suo percorso si radica all’interno del femminismo materialista francese degli anni Settanta; insieme a Colette Guillaumin, Nicole-Claude Mathieu, Christine Delphy e Paola Tabet, Wittig contribuisce alla creazione di un nuovo paradigma teorico che denaturalizza i gruppi di sesso pensandoli come classi antagoniste. È in questo contesto che sviluppa il suo apporto specifico: la definizione dell’eterosessualità come regime politico basato sull’appropriazione delle donne da parte degli uomini e sull’occultamento di tale oppressione attraverso l’idea di differenza. All’interno di questo quadro teorico, il lesbismo viene riconcettualizzato, pensato non come un orientamento sessuale ma come un posizionamento specifico all’interno della struttura delle classi di sesso. Le lesbiche non sono donne nella misura in cui non subiscono una forma di appropriazione privata nell’ambito della coppia eterosessuale. Transfughe, fuggitive, costituiscono soggetti rivoluzionari in grado di rivelare la natura storica e oppressiva dell’eterosessualità. Wittig si nutre di importanti autori del canone filosofico occidentale: da Aristotele a Marx, passando per Hegel e Rousseau. La sua proposta di una “dialettizzazione della dialettica” intende prolungare l’approccio marxista applicando il metodo materialista all’ordine sessuale e, più in generale, a mostrare la necessità del superamento della diade Uno-Altro a fondamento del pensiero filosofico occidentale, matrice originaria per Wittig che traduce nel pensiero i rapporti di oppressione naturalizzandoli. Il progetto politico e teorico di Wittig si riassume nella messa in luce del funzionamento del regime politico eterosessuale e nella lotta per la sua distruzione attraverso il disfacimento dei rapporti sociali di sfruttamento e inferiorizzazione delle donne e la loro alterizzazione in ambito categoriale. Tale programma si intreccia a doppio filo alla sua attività di scrittura letteraria. Tramite un lavoro di diseterosessualizzazione della forma del linguaggio e del contenuto del canone letterario, Wittig dà vita a testi che funzionano come “un cavallo di Troia” lanciato in “arena nemica”: far esistere in letteratura una nuova definizione di umano al di là della bicategorizzazione sessuale.
86 88 - PublicationMary Beatrice Midgley (1919-2018)(EUT Edizioni Università di Trieste, 2025)Mainardi, GloriaMary Midgley (1919-2018) nacque in Inghilterra, dove trascorse la maggior parte della sua esistenza. Frequentò il Sommerville College di Oxford a cavallo fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso entrando in contatto con figure di rilievo dell’allora nascente filosofia analitica e con le future colleghe e amiche Iris Murdoch, Elisabeth Anscombe e Philippa Foot. La sua produzione filosofica è peculiare per svariati aspetti, in primis per il fatto che pubblicò i suoi primi lavori superati i cinquant’anni di età, continuando a scrivere fino all’anno della sua morte, avvenuta quando aveva novantanove anni. Fu scrittrice molto prolifica e versatile, occupandosi non solo di argomenti di natura squisitamente filosofica: spaziò dalla biologia all’etica ambientale, dall’etologia all’epistemologia, dall’intelligenza artificiale al femminismo, in più di quindici volumi e in numerosi saggi e articoli scientifici. Per diversi anni è stata ricordata e letta soprattutto in relazione agli scritti Beast and Man (1978) e Animals and Why They Matter (1983), dunque principalmente per i suoi contributi nel campo dell’etica animale e ambientale. Attualmente l’originale impostazione metodologica della sua filosofia, il contrasto con l’ambiente accademico oxoniense, le affinità intellettuali con le colleghe sopracitate, l’impegno femminista e l’anti riduzionismo sono fonte di rinnovato interesse nei confronti di Midgley per autori quali Benjamin J.B. Lipscomb, Clare Mac Cumhaill e Rachael Wiseman, Ellie Robson, Gregory McElwain, Ian James Kidd e Liz McKinnell. Questa voce sceglie di non presentare tutti i contributi di Midgley, quanto piuttosto di evidenziare come la visione metodologica della filosofia come riparazione, che compare in Utopias, Dolphins and Computers (1996), abbia dato forma ad alcune sue proposte che si distinguono per una peculiare attenzione alla complessità della vita e del sapere in ambito etico, scientifico ed epistemologico.
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