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Senza luogo

dc.contributor.authorCantà, Vanni
dc.date.accessioned2019-03-13T11:57:24Z
dc.date.available2019-03-13T11:57:24Z
dc.date.birthRovigo 1955
dc.description.abstractL’opera in esame è stata donata dall’artista all’Ateneo in occasione della mostra personale allestita presso la Sala degli Atti del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “Bruno de Finetti” aperta nel novembre del 2013. Nella sua ultima produzione Cantà tende a rendere esplicita la dimensione narrativa del dato segnico, raccogliendolo intorno a gruppi ben definiti di ‘coaguli’ che rendono intellegibile la trama scandendo una sorta di ‘mappatura’ del foglio. A questo microcosmo rimanda anche Senza luogo, che sin dal titolo pare espressione di una lettura tutt’altro che consolatoria della realtà che ci circonda, segnata da quella desertificazione dell’animo – un “nonluogo” nel senso dato al termine da Marc Augé – con cui l’artista sembra a tratti voler dialogare cercando nel contempo di ovviare ai suoi esiti nefasti. Per Cantà questa meditata sequenza di segni, graffiante, tormentati e sempre più spesso eloquenti, diventa un’autentica finestra sul mondo, uno spazio dove incanalare la propria ansia di verità. Il fare pittorico di Cantà è solo apparentemente simile a una scrittura automatica di matrice surrealista, potrebbe essere meglio definito come una sorta di epifania del segno, che assume di volta in volta una valenza diversa e sempre nuova. Sul piano stilistico, al suggestivo accostamento alle Periferie di Sironi a suo tempo prospettato da Sileno Salvagnini per i paesaggi ‘archeologici’ degli anni novanta, si può forse aggiungere un più compiuto riferimento all’universo segnico di protagonisti dell’espressionismo astratto statunitense come Marc Tobey, ma anche alle ineffabili Amalasunte di Osvaldo Licini, cui l’artista aveva dedicato la propria tesi di laurea e che hanno segnato in modo indelebile il suo orizzonte visivo. Il percorso di Cantà di questi ultimi anni sembra però essersi indirizzato su di un orizzonte ancor più marcatamente intimistico, a un’analisi più circostanziata e meditata dei dati sensoriali: Si spiega così anche la quasi totale assenza di colore dalle sue composizioni, un dato che racconta una riflessione sempre più circospetta sull’universo che ci circonda.
dc.description.inscriptionsFirmato e datato in basso a destra “Cantà 2013”
dc.description.materialAndTechniqueTecnica mista su carta
dc.description.placeEdificio D, Presidenza del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “Bruno de Finetti”
dc.formatcm 80X80
dc.identifier.urihttp://hdl.handle.net/10077/23267
dc.relation.bibliographyM. De Grassi, L’eloquenza del segno, pieghevole della mostra di Trieste, Sala degli atti del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “Bruno de Finetti”, 13 novembre 2013 – 4 aprile 2014 Massimo De GrassiM. De Grassi, L’eloquenza del segno, pieghevole della mostra di Trieste, Sala degli atti del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “Bruno de Finetti”, 13 novembre 2013 – 4 aprile 2014 Massimo De Grassi
dc.relation.exhibitsTrieste, L’eloquenza del segno, 2013-14Trieste, L’eloquenza del segno, 2013-14
dc.source.file015_Cantà.jpg
dc.titleSenza luogo
dc.typePicture
dspace.entity.typePublication
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