Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/10077/10084
Title: The Role of the United States of America to End a War in Bosnia and Herzegovina: 1992-1995
Authors: Osmanović, Šemso
Keywords: Bosnian-American relationshipdissolution of YugoslaviaBosnian national identity
Issue Date: 16-Apr-2014
Publisher: Università degli studi di Trieste
Abstract: Between 1991 and 1995, close to three hundred thousand people were killed in the former Yugoslavia. The international responses to this catastrophe was at best uncertain and at worst appalling. While both the United States and the European Union initially viewed the Balkan wars as a European problem, the Europeans chose not to take a strong stand, restricting themselves to dispatching U.N. “peacekeepers” to a country where there was no peace keep, and withholding from them the means and the authority to stop the fighting. In Bosnia the Europe sought to avoid military involvement, citing every excuse she could think of not to intervene to prevent the genocide of 250.000 Bosnian Muslims, who ultimately died at the hands of their Serbian tormentors. The British and French, too, who had primarily responsibility for dealing with this European problem, had persuaded the United Nations to impose an arms embargo on both sides in the Bosnian war. As often happens, the embargo did little damage to Serbia’s military capacities, since their army had inherited the extensive military hardware Yugoslavia had amassed under its former Communist regime. But the embargo did deny the means of self-defense to the poorly equipped majority Muslim population in Bosnia. Unarmed, they could do little to repel the invaders or to protect their villages. Some European leaders were not eager to have a Muslim state in the heart of the Balkans, fearing it might become a base for exporting extremism, a result that their neglect made more, not less, likely. However, from the beginning of Yugoslavia’s collapse, Americans divided into two groups, broadly defined: those who thought that Americans should intervene for either moral or strategic reasons, and those who feared that if they did, they would become entangled in a Vietnam-like quagmire. As awareness of ethnic cleansing and genocide spread, the proportion of those who wanted the United States to “do something” increased, but they probably never constituted a majority. Nevertheless, when the situation seemed most hopeless in July 1995 - the United States put its prestige on the line with a rapid and dramatic series of high-risk actions: an all-out diplomatic effort in August, heavy NATO bombing in September, a cease-fire in October, Dayton in November, and, in December, the deployment of twenty thousand American troops to Bosnia. Finally, in late 1995, in the face of growing atrocities and new Bosnian Serb threats, the United States decided to take part in Bosnia, the war was over and the America’s role in post-Cold War Europe redefined. There is a lesson here to be learned by Europe that Bosnian Muslims are the best Christians in the world. The policy-makers cannot have a double heart, one for love and other for hate because some European leaders were not eager to have a Muslim state in the heart of Europe. They spoke of a painful but realistic restoration of Christian Europe. Of course Christianity, like any other religion has nothing to do with the barbarities and the greatest collective failure of Europe. The lesson that Western civilization thought it had drawn from the genocide of World War II – “Never again!”- must now be qualified to read: “except when politically inconvenient.”
La tragedia della ex-Jugoslavia e al suo interno quella della Bosnia Erzegovina riguardano pagine straordinariamente sconvolgenti della storia del mondo posto-Ottantanove, addirittura — si può dire — la conseguenza più grave, anche se non diretta, della dissoluzione dell'Unione Sovietica e conseguentemente di quel bipolarismo che aveva "ingessato" tutte le ipotesi o i tentativi di trasformazione degli esiti e delle conseguenze della seconda guerra mondiale. In un'impostazione sostanzialmente di storia politico-sociale, il candidato ricostruisce le vicende che vanno dal 1990 al 1995, ovvero da quella che il candidato chiama "la morte della Jugoslavia" fino all'intervento, decisivo in termini militari, della NATO nel conflitto, che aveva già visto negli anni precedenti emergere la guerra in Slovenia, in Croazia, prima di colpire anche la Bosnia Erzegovina, con la finale Conferenza che porta agli Accordi di Dayton. L'attore centrale di tutta questa vicenda è naturalmente la Serbia di Milosevic, ricordare il quale non fa che aiutarci a veder riapparire i fantasmi di vicende atroci di sterminio di civili, di stupro etnico, di "pulizia etnica", di genocidio. Il candidato fa opportunamente precedere la sua analisi da una cronologia, piuttosto lunga, che consente di scandire con precisione i diversi passaggi di una storia eccezionalmente drammatica. Segue il programma del suo lavoro, con l'indicazione del metodo di ricerca e degli strumenti di cui si è valso. Le cinque parti sostanziali in cui si suddivide il lavoro riguardano la dissoluzione della Jugoslavia, a partire dai falliti tentativi di Tito di salvaguardare l'integrità di quella Federazione, e analizzando attentamente i due "scivolamenti" della guerra in Slovenia dapprima e in Croazia poi. Il candidato analizza la società e la storia della Bosnia Erzegovina, condizione ovviamente preliminare per comprendere gli eventi successivi. Le tre categorie alle quali il candidato riconduce quella vicenda sono il multiculturalismo, la multietnicità e il multiconfessionalismo — tre dimensioni che potrebbero poter essere rispettate e addirittura apprezzate e che invece, in ogni parte del mondo, e più che altrove in Bosnia trovano ostacoli e resistenze violente e sanguinose. Risulta, come il candidato fa notare, adottare l'arma del nazionalismo e delle sue retoriche, impedendo così a ogni pur volenteroso tentativo di portare la democrazia nel proprio paese di trionfare. Il candidato chiarisce, in questo quadro, che la cosiddetta "balcanizzazione" che si fa discendere da quella parte del mondo, non deve essere intesa come un termine negativo ma come la pura e semplice conseguenza dei frequenti interventi esterni che là si sono realizzati. Il candidato dedica non poca attenzione al ruolo degli Stati Uniti nella vicenda, e alle diverse strategie — politiche e militari — adottate: con i devastanti risultati che tuttavia, purtroppo, conosciamo. L’Unione Europea non esce ovviamente meglio dell'alleato d'oltre Atlantico dalla ricostruzione del candidato, che poi giunge anche a ripercorrere le vicende di alcuni importanti uomini politici locali, sopra tutti Izebegovic e Karadzic, l'un contro l'altro schierati. Né sono passate sotto silenzio le vicende di alcune delle pagine più drammatiche: il massacro di Srebrenica, i bombardamenti su Sarajevo e in particolare il secondo bombardamento sul mercato. La risoluzione della crisi giunse, come per incanto, quando la NATO accolse l'invito ONU di intervenire: l'intervento fece tacere le armi, portò agli accordi di Dayton, ma non alla riconciliazione, che dal 1995 ha comunque incominciato il suo lento, ma — sperabilmente — solido cammino.
Description: 2012/2013
URI: http://hdl.handle.net/10077/10084
NBN: urn:nbn:it:units-12299
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