Fiori

Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/10077/23313
Title: Fiori
Authors: Melecchi, Pietro
Abstract: 
“Dopo gli steli ritorti quasi segnati dalla fiera del vento e gli spiritati girasoli di Van Gogh, dopo i mazzi nervosi di De Pisis, dopo i patetici garofani di Mafai e le sontuose peonie di Bonnard, questi fiori di Melecchi sembrano piuttosto dei prodigi minerali” (Lorenza Trucchi, Il Momento, 6 novembre 1953). Intensi nella loro semplicità, i Fiori di Pietro Melecchi sono giunti nelle collezioni dell’Ateneo triestino perché acquistati in seguito alla partecipazione dell’artista all’Esposizione nazionale di pittura contemporanea del 1953. Dal carteggio conservato presso l’Università si desume che l’artista viene, in un primo momento, segnalato al rettore dal pittore Beppe Guzzi, mentre in una lettera del 2 settembre 1953 è lo stesso Melecchi a proporsi rivolgendosi direttamente a Rodolfo Ambrosino per chiedere di partecipare all’esposizione triestina. La tematica dei fiori accompagna l’artista lungo tutto l’arco degli anni Cinquanta diventando un motivo ricorrente con innumerevoli variazioni su tema, come le nature morte morandiane. È proprio l’esempio di Giorgio Morandi, suo grande amico, gioca un ruolo-forza nella formazione di Melecchi avvenuta nell’ambiente bolognese. Entrambi si dedicano alla pittura con umiltà, dando anima e corpo ad un unico tema, sviscerandolo e meditandolo in profondità. L’opera dell’università è frutto di un assiduo scavo mentale ma nello stesso tempo, di un sapiente lavoro artigianale. È una pittura “materica” dove si alternano stesure ricche e pastose accanto a leggere velature quasi trasparenti. La sobria tavolozza di Melecchi nel tempo si è arricchita di tonalità vivaci: rosa, giallini, verde acqua, colori raffinati e preziosi tenuti sempre su toni bassi e sorvegliati. Il quadro, suscitò il plauso di Decio Gioseffi che nel numero di “Umana” del dicembre 1953 che funge da catalogo dell’esposizione del 1953, scrisse: “Un quadro che, nella sua limpida chiarità, ci dà un senso di appagamento e di gioia e più si guarda e più piace”. L’opera dell’università è frutto di un processo di maturazione dell’artista, lento e progressivo attraverso un cammino tutto personale alla ricerca di una sintesi. È un’opera introspettiva ma lontana dalle fredde astrazioni intellettuali e piena di accorata umanità. La fortissima costruzione spaziale è retaggio della formazione di architetto di Melecchi, professione che ha abbandonato per dedicarsi alla pittura, la sua passione giovanile. Dal 1944 il pittore si trasferisce a Trieste dove si dedica all’insegnamento del disegno al Liceo scientifico. Il pittore espone presso la galleria Michelazzi nel 1946 e nel 1947. Nel 1954, l’anno successivo alla mostra dell’università Melecchi presenta alla Biennale veneziana una nuova rielaborazione della tematica dei fiori, molto simile alla nostra. La pittura di Melecchi viaggia su due binari: da una parte la passione per la materia pittorica, dall’altra una rigorosa impaginazione geometrica che tiene a freno la sua esuberanza strizzando l’occhio a Cézanne e ai cubisti che gli hanno insegnato l’essenzialità della forma e l’ordine compositivo. Se lanciamo uno sguardo allo sbocco che avrà Melecchi negli anni Sessanta scopriamo che avrà la meglio la componente materica: il cammino del pittore proseguirà verso una pittura informale più libera e schietta.
Type: 
URI: http://hdl.handle.net/10077/23313
Appears in Collections:Pinacoteca del Rettorato

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